1926/27: Lo Scudetto revocato al Torino (il caso Allemandi)

La Storia: Scudetto 1926-27 Torino (revocato):

La già forte squadra della società granata del presidente Conte Marone Cinzano dell’anno precedente, è ulteriormente rinforzata con gli arrivi del portiere Bosia, del terzino ungherese Balacics, del mediano Colombari, e della mezz’ala Gino Rossetti, quest’ultimo viene a completare un trio centrale d’attacco da favola dove si fondono la geometria e la sapienza calcistica di Baloncieri, l’astuzia e la rapidità di Libonatti e la incontenibile potenza atletica e il tiro folgorante del nuovo arrivato. “Il trio delle meraviglie” come in seguito verrà chiamato.

Il Toro prende a volare. In programma il primo campionato a carattere nazionale: 20 squadre, divise in due gruppi, e assegnazione del titolo (ora si può parlare di scudetto, in quanto dall’estate del 1924 la società vincente applica il tricolore sulle maglie) attraverso un girone conclusivo a sei squadre, per il quale si qualificano le prime tre piazzate. Il Torino, primo nel gruppo B, è finalista con Bologna e Milan, dall’altra parte il tabellone qualifica Juventus, Inter e Genoa.

Non c’è storia, lo scudetto, il primo della società granata, arriva addirittura con una settimana di anticipo. E’ una stagione ricca di avvenimenti importanti in casa granata, e non tutti positivi: il 17 ottobre 1926, nella prima partita torinese (battuta 4-0 la Fortitudo Roma), è inaugurato il nuovo impianto sportivo, il Campo Torino: il mitico “Filadelfia” muove i primi passi. Pochi mesi più tardi lo scudetto sarà revocato.

torino-scudetto

 

Revoca dello scudetto

La “bomba” che esplose a ridosso del campionato, appena vinto con merito dal Torino, portava la firma di un giornalista romano, Renato Farminelli, corrispondente da Torino del “Tifone”.

Il titolo “C’è del marcio in Danimarca”, passò quasi sotto silenzio, ma i dirigenti della Federcalcio, trasferitasi da Torino a Bologna (guarda il caso), si misero immediatamente in moto. Chi erano? il presidente era Leandro Arpinati, gerarca fascista e podestà di Bologna, e segretario era Giuseppe Zanetti (il figlio Gualtiero diventerà direttore della Gazzetta dello Sport). Sono in pochi a sapere delle indagini e a conoscere i tempi della vicenda. I giornali nicchiano a farsi intrappolare nella voci dei sospetti.

La storia si snoda e prende avvio da una scommessa tra i due presidenti del Torino e della Juventus, Enrico Marone Cinzano e Edoardo Agnelli (la “Famigghia”). La posta è una cena alla quale sarà invitato anche il Principe di Piemonte e i “soliti noti” della piazza e a decidere chi sarà l’anfitrione, sarà il risultato dell’ultimo derby della stagione.

Se, la vicenda è avvenuta, sembra che un dirigente del Torino, a titolo personale, assume l’iniziativa di “addomesticare” gli avversari bianconeri e punta il suo sguardo sul terzino Allemandi, già entrato nei ranghi della Nazionale. L’avvocato Nani, (questo il nome del presunto corruttore) si affida per un incarico alquanto delicato, a uno studente catanese del Politecnico, tale Francesco Gaudioso, che guarda caso, alloggia in una pensione in Via Lagrange, proprio dove ha fissato il suo domicilio Allemandi. In quella stessa pensione, quando si dice la coincidenza, alloggia anche il giornalista Renato Farminelli.

Il prezzo della corruzione è di 50mila lire: metà prima della partita, le altre 25mila lire dopo il 90°. La somma che si legge negli atti è sempre apparsa esagerata: in quegli anni l’ingaggio che fece già scandalo fu quello di Orsi: 100mila lire l’anno. Si accennò che la somma doveva anche servire ad “oliare” qualche altro bianconero (si fecero i nomi di Pastore e Munerati) ma l’inchiesta mandò questi assolti.

Quel derby si concluse con la vittoria meritata del Torino: prima segnò la Juventus con Vojak e poi Balacics e il centravanti Libonatti piegarono due volte la schiena di Combi, il portiere della Juventus e della Nazionale. Il “venduto” bianconero Allemandi figurò per tutti i giornali dell’epoca fra i migliori in campo.

L’avvocato Nani si accorse in ritardo, che il “suo” Torino non aveva avuto bisogno di nessun altro aiuto e si rifiutò di “onorare” il suo impegno. La discussione tra i due (che stavano litigando per soldi), presente il laureando Gaudioso, avviene nella citata pensione e a tutto volume, e il giornalista Farminelli si ritrova ad origliare. Dopo alcuni giorni da quel famoso titolo del “Tifone” le indagini di Arpinati e Zanetti, prima in punta di piedi, avevano preso corpo e assunto il carattere di inchiesta con interrogatori e ispezioni fasciste ad hoc. Durante un sopralluogo nella pensione di Via Lagrange, Zanetti, scopre in un cestino dei rifiuti alcuni pezzettini di carta. Unisce quei frammenti e ne viene fuori una lettera, nella quale Allemandi pretende altre 25 mila lire. Era la minuta di una lettera? Ed è normale che le rimostranze di quella natura Allemandi le faccia per iscritto? E la padrona della lussuosa pensione con i clienti in vacanza, dopo quanti giorni riteneva idoneo fare le pulizie in quelle camere?

Raggiunta la cosiddetta “prova” il Direttorio Federale fascista si riunisce per sentenziare. A riprova del clima garantista di quei tempi la riunione avviene nella Casa del Fascio (allora le iniziali erano maiuscole) e dopo circa 15 ore di dibattito lo scudetto del campionato 1926/27 viene staccato dalle maglie del Torino e REVOCATO. I dirigenti del Torino squalificati a vita e la società condannata al risarcimento delle spese d’inchiesta (10 mila lire). Dopo un breve supplemento di indagini anche il giocatore della Juventus Luigi Allemandi viene squalificato a vita.

Nel corso dell’estate la Juventus (non è dato sapere se fosse già al corrente dell’inchiesta federale) aveva già venduto Allemandi all’Inter (diventata per le note disposizioni, Ambrosiana) e l’esito della vicenda colse di sorpresa la società milanese che corse ai ripari acquistando per 150mila lire il laziale Bernardini. Un ricorso del Torino alla Magistratura ordinaria si concluse con un dibattito processuale consumatosi in un solo giorno (!) senza esito alcuno.

Alle Olimpiadi di Amsterdam, grazie anche all’assenza dell’Inghilterra e dei danubiani, l’Italia calcistica si piazzò terza alle spalle di Uruguay e Argentina e in questo clima di retorica nazionalistica, lo sport del regime fascista distribuì premi, amnistie e condoni e Allemandi rientrò nelle file dell’Ambrosiana e della Nazionale. La mamma di Allemandi aveva scritto per la grazia a Mussolini, al Principe di Piemonte e al Re Vittorio Emanuele III.

Nessun atto di clemenza invece nei confronti del Torino e il Torino si vendicò da par suo sbaragliando tutti gli avversari e conquistando lo scudetto nella stagione successiva.

Sullo “scandalo” del campionato 1926/27 si acquietarono presto le polemiche e l’accanimento di Arpinati (podestà di Bologna) leggittimò qualche sospetto. Il Bologna risultava infatti al secondo posto, staccato di due punti e i tifosi bolognesi sentivano aria di scudetto.

Antonio Ghirelli (in molti saggi di Einaudi) sostiene che si trattò di “buon gusto” non assegnare lo scudetto al Bologna, e per qualcun altro la mancata assegnazione dello scudetto ai rossoblù la si dovrebbe al fatto che “vincere” (parola spesso usata come slogan fascista di quegli anni) così in quel modo, sarebbe potuta essere una mossa impopolare per il regime.

Ecco perché il lungo elenco delle squadre campioni d’Italia recita, al campionato 1926/27:

Torino – Revocato.

A margine, e su richiesta di alcuni lettori, integro per completezza:

il Toro e la juve giocarono in due gruppi diversi da 10 squadre in quella stagione.

Si incontrarono nel girone finale che comprendeva le migliori tre qualificate di ogni girone: juve, Inter (che arrivarono a pari punti, 27) e Genoa (24 punti) dal Girone A, Toro (primo con 26 punti), Milan e Bologna (seconde a pari punti, 24) dal Girone B.

Questi i risultati del girone finale. Andata: Bologna-juve 1-0, Milan-Genoa 4-2, Toro-Inter 2-1, Genoa-Bologna 1-0, Inter-Milan 1-2, juve-Toro 1-0, Bologna-Milan 2-1
Inter-juve 2-1, Toro-Genoa 3-1, Bologna-Inter 3-0, juve-Genoa 6-0, Milan-Toro 2-3, Genoa-Inter 1-1, Milan-juve 0-2, Toro-Bologna 1-0.

Ritorno: juve-Bologna 1-1, Genoa-Milan 2-0, Inter-Toro 1-2, Bologna-Genoa 1-0, Milan-Inter 1-1, Toro-juve 2-1 (la famosa partita incriminata 5 giugno 1927), Milan-Bologna 1-1, juve-Inter 1-3, Genoa-Toro 3-1, Inter-Bologna 1-0, Genoa-juve 2-3, Toro-Milan 3-0, Inter-Genoa 2-3, juve-Milan 8-2, Bologna-Toro 5-0.

Classifica finale: Toro 14 punti, Bologna 12, juve 11, Genoa 9, Inter 8, Milan 6. Quindi, se il Toro avesse pareggiato quel derby avrebbe comunque vinto quello scudetto (Toro 13, Bologna e juve 12) se lo avesse invece perso, il titolo sarebbe andato ai bianconeri (juve 13, Toro e Bologna 12)

 

 

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untitled Indagine sullo scudetto revocato al Torino nel 1927

Campionato di calcio 1926-27. Il Torino del presidente Marone Cinzano conquista il suo primo scudetto grazie ai gol di Baloncieri, Rossetti e Libonatti, il Trio delle Meraviglie. Giusto il tempo di festeggiare, poi un giornale romano, Il Tifone, getta ombre sulla regolarità del derby disputato il 5 giugno 1927 e vinto dal Torino per 2 a 1. In un calcio che è sempre più fenomeno di massa ed è ormai completamente assoggettato al fascismo, conduce l’inchiesta il presidente della FIGC Leandro Arpinati. È uno degli uomini più potenti d’Italia, lo chiamano il duce del calcio, è podestà di Bologna, vicesegretario del partito, proprietario di un paio di giornali e in procinto di diventare sottosegretario agli Interni. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1927 viene emessa la sentenza: la combine è stata provata e al Torino viene revocato lo scudetto. Il giocatore juventino che si è lasciato corrompere, per 25.000 lire, è Luigi Allemandi, e per lui scatta la squalifica a vita. Giustizia è fatta e il primo scandalo del calcio italiano viene frettolosamente archiviato. Ma che cosa accadde davvero intorno a quel derby? Massimo Lunardelli indaga sulla vicenda recuperandone le tracce sui giornali e nelle fonti dell’epoca, allargando il quadro per descrivere, oltre all’episodio incriminato, un sistema calcistico agli albori ma già privato dell’innocenza, soggetto ai venti del regime e a una stampa assai faziosa…

 

Comments

  1. forzatoro says

    è chiaro che era tutto orchestrato, quello che non capisco è perchè la società nel corso degli anni non si è mossa per riottenerlo facendo presente le condizioni dubbie così ben esposte in questo articolo; va da sè che per evitare certi “intoppi burocratici” sarebbe meglio ricorrere a una corte internazionale!!!

  2. Ernesto Nicolosi says

    bella storia, non la conoscevo. Una domanda: senza i punti di quel derby, il Toro avrebbe vinto lo stesso lo scudetto?

    • Carlo Junior says

      il Toro e la juve giocarono in due gruppi diversi da 10 squadre in quella stagione. Si incontrarono nel girone finale che comprendeva le migliori tre qualificate di ogni girone: juve, Inter (che arrivarono a pari punti, 27) e Genoa (24 punti) dal Girone A, Toro (primo con 26 punti), Milan e Bologna (seconde a pari punti, 24) dal Girone B. Questi i risultati del girone finale. Andata: Bologna-juve 1-0, Milan-Genoa 4-2, Toro-Inter 2-1, Genoa-Bologna 1-0, Inter-Milan 1-2, juve-Toro 1-0, Bologna-Milan 2-1
      Inter-juve 2-1, Toro-Genoa 3-1, Bologna-Inter 3-0, juve-Genoa 6-0, Milan-Toro 2-3, Genoa-Inter 1-1, Milan-juve 0-2, Toro-Bologna 1-0. Ritorno: juve-Bologna 1-1, Genoa-Milan 2-0, Inter-Toro 1-2, Bologna-Genoa 1-0, Milan-Inter 1-1, Toro-juve 2-1 (la famosa partita incriminata 5 giugno 1927), Milan-Bologna 1-1, juve-Inter 1-3, Genoa-Toro 3-1, Inter-Bologna 1-0, Genoa-juve 2-3, Toro-Milan 3-0, Inter-Genoa 2-3, juve-Milan 8-2, Bologna-Toro 5-0. Classifica finale: Toro 14 punti, Bologna 12, juve 11, Genoa 9, Inter 8, Milan 6. Quindi la risposta alla tua domanda è: Se il Toro avesse pareggiato quel derby avrebbe comunque vinto lo scudetto (Toro 13, Bologna e juve 12) ma se lo avesse perso il titolo sarebbe andato ai bianconeri (juve 13, Toro e Bologna 12)

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